Anton Pavlovič Čechov

IL GIARDINO DEI CILIEGI

traduzione di Luigi Lunari

riduzione adattamento e regia di Gherardo Coltri

 Personaggi e Interpreti

LJUBOV’ ANDREEVNA RANEVSKAJA proprietaria terriera
Laura Salani

ANJA sua figlia
Chiara Gastaldon

VARIA sua figlia adottiva
Lara Martinelli

LEONID ANDREEVIČ GAEV fratello della Ranevskaja
Francesco Arzone

ERMOLAJ ALEKSEEVIČ LOPACHIN mercante
Leonardo Scardoni

PETER SERGEEVIČ TROFIMOV studente
Davide Marchesini

FIRS maggiordomo
Fabio D’Alberto

Costumi e Regia
Gherardo Coltri

Scene e realizzazioni pittoriche
Luca Altamura

Tecnico luci e fonica
Federico Galbieri

Elaborazioni Musicali
Giuseppe Domenichini

Il giardino dei ciliegi è l'ultimo lavoro teatrale di Anton Čechov. L'opera, rappresentata per la prima volta nel 1904, ruota intorno ad una proprietà, messa all’asta per riuscire a pagarne l'ipoteca. I proprietari, una famiglia aristocratica ormai decaduta, con inspiegabile apatia e contro ogni consiglio, si astengono da qualunque tentativo per conservare la tenuta. Il destino del giardino dei ciliegi appare già segnato: la proprietà sarà venduta e consegnata all’oblio. Il rumore degli alberi abbattuti accompagnerà, nella scena finale, l’addio definitivo della famiglia Andreevič alla proprio passato centenario. Uno dei temi principali del dramma è l'effetto dei cambia- menti sociali sulle persone. Sullo sfondo della vicenda, riverbera la realtà storica. Se l’emancipazione attuata da Alessandro II permise ai servi della gleba di guadagnare un certo benessere ed uno status sociale, alcuni aristocratici subirono un notevole impoverimento, incapaci di amministrare le loro proprietà senza l'aiuto, praticamente gratuito, della servitù. Gli effetti di questa riforma erano ancora molto sentiti al tempo di Čechov, sebbene fossero passati ben quarant'anni. Così, l’incapacità di affrontare realmente il problema della proprietà, spiccata in Ljuba, ma condivisa anche dagli altri membri della famiglia, può essere letta come una critica a tutte quelle persone che non vollero adattarsi alla nuova Russia. Il rifiuto di Ljuba di accettare la verità sul suo passato, sia nella vita che nell'amore, la rende uno dei personaggi teatrali più interessanti e strutturati della drammaturgia moderna e contemporanea. Ljuba è una donna che sacrifica tutto ciò che possiede, il suo passato, la sua gioventù, i suoi averi e perfino la propria famiglia, per un bisogno di amore. L’allestimento del G.T. La Formica ha preso il via da una rigorosa riduzione della vicenda narrata da Čechov che, pur ripercorrendone i punti salienti, li isola in quadri distinti e spezza la continuità narrativa. La dimensione temporale è sospesa, quella del ricordo enfatizzata, quasi a sottolineare l’incapacità dei protagonisti di reagire all’evolvere della vicenda. Mentre fuori il tempo scorre inesorabile,entro i confini del giardino dei ciliegi tutto resta cristallizzato nel bianco nitore del ghiaccio: per la famiglia Andreevič l’unico modo per esorcizzare l’imminente catastrofe finanziaria e di valori è fingere che nulla stia accadendo.

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MARSHA NORMAN

BUONANOTTE MAMMA

traduzione Annabella Cerliani

 

personaggi e interpreti

Jessie Cates: LARA MARTINELLI

Thelma Cates: ELETTRA VERDERESE

 

regia e scene

 GHERARDO COLTRI

 

luci e suono

PAOLO ZILIANI e LEONARDO SCARDONI

grafica e fotografia

BEPPE DOMENICHINI

Questa commedia ha sempre avuto fin dalla sua ''prima'' americana un grande successo, tanto che ne è stato tratto un film interpretato da Sissy Spacek e Ann Bancroft. In Italia Buonanotte mamma vanta un celebre precedente: l'edizione del Piccolo di Milano con Lina Volonghi e Giulia Lazzarini.
Una madre vedova e la figlia separata vivono nella stessa casa, ma non si conoscono. La madre adora i dolci e le piace parlare. La figlia odia parlare, non esce volentieri e non ha amici e ha deciso di suicidarsi. Comunica così la sua decisione alla madre, che non le crede e iniziano a parlare. Forse è la prima volta che si parlano. Viene fuori tutto. La vita di due donne in parallelo: i mariti, i figli, le illusioni, il disinganno, drammi e malattie. E poi le incomprensioni. Ma la madre “sa come si vive”. Non che l'abbia imparato con il tempo, l'ha sempre saputo, per istinto. “La vita si vive semplicemente vivendola”. “I problemi, quando si presentano, è bene trasferirli in una zona d'ombra e di silenzio” così pensa la madre.
Ma, la forza e l'energia della madre fermeranno la mano della figlia?

PERSONAGGI E INTERPRETI

OLGA: Gherardo Coltri

ELSA: Francesca Scacchetti

IRIOS: Fabio D'Alberto

IL CAPITANO: Mirco Bendinelli

TECNICO LUCI E MUSICHE

Claudio Negri

Anna Melotti

COSTUMI, SCENE E REGIA

Gherardo Coltri

Sono tutte buone le mamme del mondo? O ce ne sono anche delle maligne, delle cattivelle?

La protagonista di questa commedia, un angioletto certo non è. Ma più che condannare bisogna capire, una nonagenaria che nella vita ha sempre dominato e che all'improvviso corre il rischio di rimanere sola, perché la figlia cinquantenne la vuole lasciare per un extracomunitario di cui si è innamorata.

Diciamo che la nostra nonagenaria agisce per legittima difesa e questo, chi la giudica, deve considerarlo.

Ho scritto qualche anno fa la commedia per Paola Borboni, che ne sarebbe stata l'interprete ideale, ma non fece in tempo a mettere in scena questo personaggio che mi aveva ispirato.

Aldo Nicolaj

 

 

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"Sandro Bajini è uno dei pochi autori italiani che scrivono regolarmente per il teatro, uno di quegli autori contemporanei di cui tanto si favoleggia nei convegni e nei dibattiti, una specie rara come il lupo e le aquile reali, da difendere e tutelare".

Così lo presentava Renato Palazzi in una suo recensione e lui rispondeva: "Sono sempre stato affascinato dall'idea di scrivere in dialogo, di vivere le situazioni in atto anziché attraverso la mediazione narrativa. La parola detta, al contrario di quella scritta, è una parola divino".

E proprio ne L'inchiesta ... congetture sul'armadillo, Bajini ci fa sentire il piacere delle parole, le sue parole assommano situazioni cariche di forte teatralità. In un continuo gioco di incastri costruisce un serio, strampalato giallo onirico, dove tutti i personaggi vivono con convinzione il proprio ruolo, la propria parte, scritto da un sognante autore socratico innamorato dei colore, dei ritmo delle parole... "parole! signori, non fatti, di fatti è già piena la nostra vita..."
tutto si incastra al posto giusto come nei gialli "seri", e tutto in realtà, è assolutamente diverso come nei sogni ripensati al mattino.

G.C.

 

 

La vena comica dei lavori di Carsana viene assunta a valore di metafora in un classico intreccio da farsa. L'autore ritrae nel suo lavoro Ma per fortuna è una notte di luna una piccola, piccola borghesia affannata e svampita qui impersonata dalla strana famiglia della Duchessa Verdolina alle prese con il diadema della regina (valore tre miliardi) da far sparire !!!
Per valorizzare e assecondare la scrittura e lo svolgersi dei comici fatti nella messa
in scena della Formica si sono volutamente caricati i colori della scena e dei costumi che riecheggiano una moda claunesca anni settanta al ribasso. E si sono soggiogati i personaggi ai sincopati e bamboleggianti ritmi delle canzoni cantate da Carmen Miranda e a volte trascinati in vorticose uscite con i charleston evocanti le farse cinematografiche alla Ridolini.

Il teatro di Carsana sfrutta a fondo gli strumenti dell’ironia e della comicità per esplicita derisione.

 

... Il teatro si pone alla base della creatività di Lorca e la sua presenza vibra, in sottofondo, nell'espressione della sua poesia fino a prendere il sopravvento nella sfera elettiva della sua ricerca, affinandosi sempre più e sempre più espandendo il proprio potenziale ispirativo e formale, spaziando dalla farsa, alla tragedia, dal folclore ai cieli liberissimi dei surreale; in un ardore di sperimentazione che non conosce limiti né tregua. Entro tale ambito si pone il suo programma che nasce dalla scoperta espressa nella dichiarazione "niente letteratura: teatro puro" con cui salutò egli stesso la nascita della sua ultima creatura, il dramma consacrato dai più, il suo capolavoro e specchio dei clima claustrofobico di quei tempi "La casa di Bernarda Alba" che reca, di pugno dell'autore, a sipario calato, una data agghiacciante, 29 giugno 1936, data che precede di meno di due mesi quella della morte. E quale atroce singolarità si è portati a rivelare in quella parola che chiude l'opera, e con essa, la vita dei poeta: "silenzio".

"Silenzio" impone l'autorità della madre al pianto delle figlie di fronte al suicidio della sorella minore, così come "silenzio" è l'ultimo sospiro di Amleto morente. E, d'altronde, tutta la solarità di Federico, "monello giocondo... che è tanto felice d'esistere al mondo", parafrasando Guido Gozzano, era rapida a oscurarsi per repentine folate d'ombra che rendevano palese la sua sotterranea frequentazione con la morte: tant’é che di morte, quasi ossessivamente, si abbruna di continuo la svettante bandiera della sua creatività: dal Romancero gitano a Poeta en Nueva York, da Marina Pineda a Bod as de sangre, per non citare che solo poche, fra le molte pietre miliari dei suo breve cammino artistico.

(da Elena Clementelli)

 

ENTRA INSCENA L'ASSURDO

Il tema del tempo, la comicità circense e quant'altro è escogitato da questa strana coppia inconscia e balbettante, conferma con forza il grande volere del sopravvivere, bisogno che tiene alta la fronte dell'uomo.

Aspettando Godot (1952) vede la luce nel momento dell'entrata in campo del teatro dell'Assurdo in un mondo appena dilaniatosi e senza guida, gremito di stupore e di domande.

La crisi dell'individuo borghese nel dopoguerra precedente si pone, ora, come crisi dell'essere, sotto un cielo vuoto. "Niente da fare" è la prima battuta di apertura del testo beckettiano, "Andiamocene!" è l'ultima: nel mezzo, la tentazione di impiccarsi e l'ostinata convinzione di Vladimiro che Godot, domani, verrà "sicché saremo salvati".

L'unico punto di contatto con il mondo favoloso di Godot è costituito dal ragazzo che, alla fine di ogni lunga giornata trascorsa a combattere contro il Nulla, irrompe sulla scena per annunciare a Vladimiro ed Estragone che Godot ancora non verrà.

L'ispirazione, tra le tante possibili, la suggerisce lo stesso Beckett con alcune parole "chiave" disseminate nel testo. La volontà di renderla palese giustifisca i pochi ritocchi operati sul testo. L'omogeneità che ne risulta rende non arbitraria e illuminante l'operazione voluta dalla regia. La quale si spinge ancora più in là, intuendo il sottile legame esistente tra Beckett e Shakespeare, tra La tempesta e Aspettando Godot: entrambi i lavori configurano un teatro della domanda. Come due naufraghi shakespeariani, Vladimiro ed Estragone cercano sui loro volti truccati il segno magico di Prospero, per entrare nell'incantesimo di una sublime interpretazione degna di Godot.

(dalla presentazione del prof. Luigi Lunari)