IL TEATRO E' LA MIA VITA

A COLLOQUIO CON IL MATTATORE SCALIGERO GHERARDO COLTRI

Reduce da cinque sere al Cortile di Palazzo Montanari in cui ha presentato un intelligente monologo di Spears, l'attore confessa le sue aspirazioni e i suoi sogni dopo il successo veronese.

Gli chiedo quanti anni ha e mi accorgo che non potevo esordire con peggior inizio. Infatti si schernisce, sorride in quel modo un po’ infantile, ma insomma no, questo poi non me lo vuol confessare. D’accordo non c’è problema, diremo solo che Gherardo Coltri è un uomo incredibile e un attore coraggioso.

Parliamo innanzitutto dell’uomo e della sua formazione: veronese di nascita comincia a quindici anni a coltivare la sua grande passione per il teatro girovagando fra le compagnie della città.

Gli piace anche dipingere ma deve rinunciare al liceo artistico per non dispiacere alla madre che lo vuole perito industriale.

Certo non è la stessa cosa e l’incompatibilità con certe materie è tanta che Gherardo lascia gli studi e comincia a lavorare, ma continua a frequentare gruppi di recitazione, segue seminari, partecipa a ogni rappresentazione fornito di binocolo per poter carpire i segreti di respirazione dei grandi attori.

Copia i costumi e impara a riprodurli con le sue stesse mani.

Si sposa e diventa padre.

Nel '75 fonda il gruppo La Formica, battezzato così perché nato con poche cose e costruito un po’ per volta, grazie a un lavoro paziente come quello delle formiche.

Gherardo oltre che attore é regista e poi disegna le scene e confeziona gli abiti: il tutto dopo le giornaliere otto ore trascorse in un negozio.

Ma anche di questo lui non vuole parlare: "il discorso sui sacrifici degli attori costretti fare altri lavori per mantenersi è ormai argomento trito; diciamo che il nostro è un hobby meraviglioso che spesso ci costa anche caro".

- E di Verona che cosa ne pensi? Non sarà la sua provincialità a rendere così difficile la sopravvivenza e l'eventuale carriera degli artisti?

"Certo, risponde, volontà e l’impegno con cui molti gruppi affrontano il teatro è senz'altro superiore ai risultati ottenuti, di fatto siamo scarsamente considerati e perciò mancano quelle sovvenzioni che ci permetterebbero di crescere e maturare artisticamente con più agio. Comunque chi aveva effettivamente ali per volarsene via e non era legato a doppio fílo alla città, di fatto ha raggiunto il sogno di tutti, e cioé ha fatto l'attore di professione".

Nel tono della sua voce, nel fondo dei suoi grandi occhi scuri non riesco a scorgere neanche l'ombra di quella frustrazione tipica delle persone a cui sono state tarpate le ali.

- La tua esigenza di recitare nasce prevalentemente dalla volontà di comunicare o da una sorta di istrionismo?

"C'è senz'altro una componente di istrionismo, che però non è soltanto mia, ma anche dell'autore che scrive i testi".

- Quali soni quelli che ami di più?

"Posto che leggo quasi esclusivamente autori di teatro o sul teatro (ammetto che sia un limite... ahimè), voglio recitare Beckett, Jonesco, Shakespeare".

- Chi vuoi riconoscere come tuo maestro?

"Il tempo, la preparazione, la costanza e la passione mi hanno insegnato a recitare. Tutto quello che ho studiato a partire da Stanislavskij, a Grotovskij, a Brecht, mi è servito come bagaglio culturale, erano nozioni acquisite che mi aiutavano a migliorare".

- Arriviamo a parlare del coraggio che hai dimostrato rappresentando per cinque sere nel cortile di Palazzo Montanari il Monologo di Steve J. Spears; non è facile proporre da soli un testo cosí impegnativo sui conflitti e le solitudini di un travestito. Quando è nato questo progetto e cosa ti ha spinto a realizzarlo?

"Lessi "La balbuzie di Beniamino" due anni fa, lo scelsi con slancio perché c'era materiale sufficiente per elaborare qualsiasi cosa o perché esprimeva fondamentalmente quello che penso, e cio in cui credo: la libertà di pensiero e d'espressione di vita in genere".

- E speriamo che ti dia anche maggiore popolarità; saresti ancora disposto a spiccare il volo?

"In effetti non sono più tanto giovane ... "

 

Valeria Benatti

(da una intervista su Il Nuovo Veronese del 21 agosto 1982)