TEATRO COLONNA

Via Chiusure 79/C - Brescia

Sabato 6 (ore 21) MARZO 2010

MA TU, DI CHE SESSO SEI?

di Aldo Nicolaj, regia di Gherardo Coltri e Francesco Arzone

Genere: Commedia

 

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Finalista al 62° Festival Nazionale d’Arte Drammatica di Pesaro

Settembre/Ottobre 2009

 

 

 

 

 

Anton Pavlovič Čechov

IL GIARDINO DEI CILIEGI

traduzione di Luigi Lunari

riduzione adattamento e regia di Gherardo Coltri

 Personaggi e Interpreti

LJUBOV’ ANDREEVNA RANEVSKAJA proprietaria terriera
Laura Salani

ANJA sua figlia
Chiara Gastaldon

VARIA sua figlia adottiva
Lara Martinelli

LEONID ANDREEVIČ GAEV fratello della Ranevskaja
Francesco Arzone

ERMOLAJ ALEKSEEVIČ LOPACHIN mercante
Leonardo Scardoni

PETER SERGEEVIČ TROFIMOV studente
Davide Marchesini

FIRS maggiordomo
Fabio D’Alberto

Costumi e Regia
Gherardo Coltri

Scene e realizzazioni pittoriche
Luca Altamura

Tecnico luci e fonica
Federico Galbieri

Elaborazioni Musicali
Giuseppe Domenichini

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma tu, di che sesso sei?

(Il Passo della Pantera)

di Aldo Nicolaj

 

 

 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

Danza di morte

di August Strindberg

 

Lui, un proletario che è riuscito a diventare capitano ma non maggiore, un "self-made man a metà"; lei una ex attrice che ha sacrificato alle aspettative di una scalata sociale (che non c'è stata) una carriera artistica luminosa (che forse non ci sarebbe stata); l'altro, il cugino di lei che viene dal passato.

.Edgar e Alice, marito e moglie da venticinque anni, vivono su un'isola, lontani dal mondo con il quale comunicano solo con il telegrafo. E, nello spazio claustrofobico della loro casa, si torturano con reciproche ripicche. Il loro matrimonio si nutre di frustrazioni, noia e del "più irragionevole degli odi, quello che non ha una causa e non ha una fine". Almeno fino a quando il perfetto equilibrio di questo nevrotico meccanismo di odio-amore esplode con l'arrivo di un terzo elemento, Kurt, cugino di Alice. Ma basterà che l'uomo riparta e marito e moglie, dopo i veleni e la bufera, riprenderanno la loro rodata esistenza in comune. Al di là delle apparenze infatti, il gioco delle parti tra i due è estremamente saldo, cristallizzato com'è in comportamenti, rituali, tic che si sono cementificati nel corso di una lunga vita insieme, come in una "danza di morte" appunto, potente metafora dell'inferno coniugale cui i due sembrano condannati, perché "un matrimonio visto da vicino è spaventoso". Questa sorta di gioco al massacro, non nasce dallo scontro di creature particolarmente diaboliche e perverse, ma dalla convivenza di personaggi ordinari. Banali sono i contenuti dei loro dialoghi, quotidiane le scene dei loro conflitti. La ripetitività di alcuni dialoghi richiama le medesime dinamiche “ad libitum” delle filastrocche infantili; nei meccanismi collaudati da anni di convivenza, risuonano le regole aleatorie inventate nei giochi infantili. E' l'arrivo di Kurt, l'estraneo, a far emergere ciò che è latente, in tutta la sua potenza. Edgar e Alice sono infatti come una coppia di attori senza pubblico: basta l'arrivo di un solo spettatore perché si animino, perché si abbandonino al piacere dell'esibizione teatrale, del gusto istrionico della rappresentazione in un'implacabile danza macabra. Perché solo la morte, sempre evocata e, a tratti invocata, li può liberare l'uno dall'altra. E intanto si sbranano, sotto l'occhio dello spettatore che, attraverso la figura volutamente sbiadita di Kurt, può cogliere tutte le ambiguità di questo "delirio a due": la dimensione ludica che sottende l'aggressività continua di marito e moglie, i frammenti di sarcastica ironia a intramezzare la monotonia delle ordinarie "scene da un matrimonio". E nello scontro che portano in scena non si può dare "ragione a nessuno, ma aver compassione di tutti e due".

Pur nel rigore di una lettura rispettosa e coerente del dramma, la regia ha voluto evidenziare, il carattere precario della condizione dei due protagonisti (e, in fondo, dell’umanità intera), il loro spasmodico bisogno di esistere attraverso la rappresentazione di se stessi, la ritualità infantile e inconsistente delle reciproche aggressioni: si è ricorso a brevi cenni iconografici affidati a pochi semplici elementi scenografici: lo spazio ridotto ad una sorta di zattera alla deriva, un teatrino di burattini, il mobilio innaturalmente piccolo, quasi da casa di bambole.